Test di intelligenza e intelligenze multiple

C’erano una volta i test di intelligenza per misurare il cosiddetto QI, ossia il quoziente d’intelligenza. A dire il vero entrambe queste espressioni,  test di intelligenza e quoziente d’intelligenza, mi hanno sempre trasmesso un lieve senso d’inquietudine: l’idea è che l’intelligenza possa essere oggettivamente misurata e che ciò possa essere fatto utilizzando alcuni indicatori particolari.

Fino a qualche decennio fa molti psicologi credevano, in effetti, che i test di intelligenza per misurare il QI restituissero una misura attendibile dell’intelligenza umana. Oggi sono rimasti in pochissimi a crederlo.

Bisogna dire che quell’idea entrava nella psicologia per via dell’entusiasmo che accompagnava i primi passi dell’informatica che, a partire dagli anni ’50, aveva lasciato intravedere la possibilità di sviluppi formidabili quanto alla possibilità che l’intelligenza artificiale imitasse, o addirittura riproducesse, quella umana.

A questo punto basterà ricordare, in sintesi, che i primi prototipi di calcolatori (non diversamente da quelli attuali) si basavano su modalità di funzionamento che possono essere descritte nei termini della logica binaria. Per capire quale fosse la fonte primaria di quella fiducia: l’idea, derivata dal neopositivismo logico, che l’intelligenza logica sia la componente privilegiata, se non esclusiva, dell’intelligenza umana.

Da questa idea traevano legittimità, nella loro pretesa capacità di misurazione oggettiva, anche i test di intelligenza per misurare il QI (quoziente intellettivo). Non è generalmente contestato, infatti, che tali test offrano in qualche modo una misurazione della capacità di ragionamento logico.

È invece contestabile – o almeno lo è oggi, perché negli anni ’50 lo era molto meno – che l’attitudine logica sia la componente fondamentale dell’intelligenza umana.

L’idea che è emersa negli ultimi decenni è che l’intelligenza umana sia molto più complessa e polifunzionale rispetto a quanto suggerito da quella concezione, per cui i test di intelligenza basati sulla logica sono certamente un aspetto rilevante dell’intelligenza, ma non l’unico.

Una pietra miliare della critica a quella vecchia pretesa di stampo neopositivista è offerta dalla riflessione di Howard Gardner sui diversi tipi di intelligenza, elaborata a partire dagli anni ’80, che dichiarava esplicitamente la sua contrapposizione alla centralità della logica e, quindi, all’idea che l’intelligenza umana fosse suscettibile di essere definita in termini unitari e misurata con precisione grazie ai test di intelligenza.

In espressa polemica con quella visione, Gardner avanza la sua teoria delle intelligenze multiple: non esiste soltanto l’intelligenza logica, ma anche quella verbale, musicale, spaziale, interpersonale, intrapersonale e infine quella cinestetica. Secondo Gardner, tutte queste intelligenze si basano su modalità distinte e funzionano dunque indipendentemente l’una dall’altra.

Anche se a volte ho proposto percorsi più lineari per lo studio della logica e dei test di logica– e non mancherò di suggerirne ancora nei prossimi articoli – non c’è dubbio che il ridimensionamento delle sue pretese più “imperialiste” nei confronti dei test di intelligenza umana vada preso sul serio. Specialmente oggi che abbiamo quanto mai bisogno di un’educazione alla complessità.

Sul piano pratico l’articolazione proposta da Gardner risulta molto utile, perché permette di estendere l’analisi anche a gruppi di quesiti non strettamente riconducibili ai tradizionali test di intelligenza e di logica. …Quesiti che, sempre più spesso, vengono inclusi in una batteria di esercizi di logica, come quelli tesi ad accertare le capacità di ragionamento verbale o analogico.